Uva di Troia: Mito, leggenda, storia
I Campi Diomedei sono legati al mito del greco Diomede, eroe nella guerra di Troia. L'esule eroe navigò per il mare Adriatico fino a risalire il fiume Ofanto ove, trovato il luogo per lui ideale, ancorò la nave con delle pietre delle mura della città di Troia, che aveva con sé portato come zavorra. Le stesse utilizzò come cippi di confine per delimitare il territorio dei Campi Diomedei. Una di queste la si può ammirare tra Barletta e Canosa, conosciuta come il Menhir di Canne. Probabilmente l'eroe greco aveva portato con sé come ricordo della sua terra qualcos'altro, quei tralci di vite che, piantati sulle rive dell'Ofanto, hanno dato origine all'Uva di Troia. Fin qui la leggenda, che riecheggia anche in recenti lavori di alcuni ampelografi [S. Del Gaudio, L.Ciasca, "Principali vitigni da vino coltivati in Italia", vol. I, Conegliano 1960] che, oltre a riportare i sinonimi dell'Uva di Troia quali ad esempio Vitigno di Canosa, Tranese, Nero di Troia, Troiano, Uva di Barletta, Uva della Marina, la descrivono come "originaria dell'Asia minore (Troia) ed importata dagli antichi Greci in Puglia".
Ma veniamo alla storia. Di quanto fosse importante a Canosa la viticoltura nel periodo romano, ci è stato tramandato da Varrone (I sec. a.C.) nel suo trattato "De re rustica" dove, nelle uniche citazioni sulla viticoltura, mette in evidenza il fatto che a Canosa la vite si allevava in modo diverso dagli altri popoli italici: infatti il particolare sistema d'allevamento prevedeva un sostegno vivo, l'albero di fico, i cui rami erano incannati e da essi si lasciavano pendere i tralci. A Varrone si deve anche la coniazione del termine merum per indicare il vino non miscelato ad acqua, rimasto ancora in uso nel dialettale mjere.
Altri documenti ancora più antichi testimoniano la tradizione vitivinicola, tant'è che nel III secolo a.C. Canosa coniò una moneta d'argento che per un verso raffigura un'anfora vinaria. Altri scrittori ricordano tra i rinomati vini dell'epoca antica; l'Aulon, il Tarentum, il Brundusium, il Babia e il nostro Canusium.
Quello romano fu un periodo florido per la coltivazione della vite. L'imperatore Domiziano, succeduto a Tito nell'anno 81 d.C., decretò il divieto d'impianto di nuovi vigneti, motivando che la notevole produzione d'uva potesse essere ragione di carestia di pane. Con l'editto si vietava così di piantare altre vigne in Italia e addirittura di ridurne la coltivazione nelle provincie. Pare però che quel decreto non fu mai eseguito.
Dal periodo romano, per tutto il medioevo e fino all'Ottocento, le tecniche viticole ed enologiche rimarranno immutate.
Un'altro documento importante, che testimonia la coltivazione della vite a Canosa, è l'"Atlante delle locazioni" del 1686 dove il topografo Antonio Michele disegnò le "vigne di Canosa" a ridosso del ponte romano.
Fino alla prima metà dell'Ottocento, cioè prima dell'unificazione d'Italia, la produzione di vino era limitata solo al fabbisogno locale. Da quando la fillossera distrusse tutti i vigneti francesi, cominciò ad esserci una enorme richiesta di vino locale.
La viticoltura nei Campi Diomedei, alla fine dell'Ottocento era una vasta ed uniforme estensione di viti a bacca rossa con qualche appezzamento specializzato, ma per la grande estensione consociata ad oliveti.
Il vitigno che si diffuse tra l'area sud della provincia di Foggia e il nord della Terra di Bari fu l'Uva di Troia. Canosa, per la sua posizione, condivideva la parte pianeggiante della provincia di Foggia e la zona collinare della Terra di Bari.
E' dalla seconda metà dell'Ottocento che prese corpo la coltivazione dell'Uva di Troia, nelle assolate e aride terre adiacenti l'Ofanto. Qui i Pavoncelli e La Rochefoucauld impiantarono estese coltivazioni di quel vitigno indigeno, già collaudato a produrre con quelle condizioni climatiche.
Così anche a Canosa fin dal 1870, con l'assegnazione in enfiteusi di estensioni di terreni sulle colline circostanti l'abitato, si incrementò la viticoltura.
Ed è solo pochi anni dopo, esattamente nel 1882, che la "Rivista di viticoltura ed enologia" pubblicò la prima descrizione scientifica dell'Uva di Troia.
La forma d'allevamento era quella antica, già praticata dai popoli dell'Asia Minore e della Grecia, che i Romani chiamavano "humilis sine adminculo" o più conosciuto come "alberello pugliese" o anche "vitis bracchiata" e "vitis capitata", detto alberello (arbusculum) con i sarmenti (brachia), le gemme (gemmae) e che fa ancora testo nella viticoltura mondiale. Il sesto di un metro per un metro, la potatura a due speroni con due gemme e una produzione media di 50 - 70 ql./ha.
Il rifiorire della viticoltura e dei nuovi impianti proseguì per alcuni decenni fino al 1892, anno della rottura delle relazioni commerciali tra la Francia e l'Italia, un anno rovinoso per la vitivinicoltura pugliese: il prezzo del vino crollò da 50 lire per ettolitro a 5 lire per ettolitro. Con questo evento emerse che, allo sviluppo della viticoltura non si affiancò un miglioramento delle tecniche e quasi non c'erano esperienze di conservazione e cura del vino, abituati a vendere il prodotto come mosto. Infatti molti economisti di fine secolo esternavano il proprio pessimismo. Filippo D'Addiego alla fine dell'Ottocento scriveva "…mentre la viticoltura è ancora confusionaria, l'enotecnica scientifica è appena nata, e perciò la nostra produzione è sempre alla mercé degli stranieri, che comprano il nostro mosto-vino per confezionarlo e mandarlo ovunque con altro nome...".
L'Uva di Troia o Vitigno di Canosa era la materia prima per la produzione di un vino conosciuto in tutta Europa come "il vino di Barletta", per le notevoli quantità di prodotto che dall'entroterra lì si concentravano per essere spedite via ferrovia o via mare e pertanto ne assunse tale denominazione.
Il graduale ridimensionamento degli impianti di Uva di Troia si intensifica negli anni settanta, quando con i nuovi impianti "a tendone" venne sostituita dalle più produttive Sangiovese, Montepulciano, Barbera, Ciliegiolo, Lambrusco, ecc.. E non si prevede per il momento un'inversione di tendenza.
testo: Alfonso Germinario